La Mafia non è più quella di una volta

13 e 14 luglio 2020, ore 21:30 – Fortezza Vecchia, Livorno 

regia di Franco Maresco
con Letizia Battaglia, Ciccio Mira.
Documentario, Italia – 2019, 98 minuti.

Nel 2017, a 25 anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio, Franco Maresco decide di realizzare un nuovo film. Per farlo, trova impulso in un suo recente lavoro dedicato a Letizia Battaglia, la fotografa ottantenne che con i suoi scatti ha raccontato le guerre di mafia, definita dal New York Times una delle “undici donne che hanno segnato il nostro tempo”. A Letizia, Maresco sente il bisogno di affiancare una figura proveniente dall’altra parte della barricata: Ciccio Mira. “Mitico” organizzatore di feste di piazza, nei pochi anni che separano questo film da Belluscone – Una storia siciliana Mira sembra cambiato, forse cerca un riscatto, come uomo e come manager, al punto da organizzare un singolare evento allo Zen di Palermo, “I neomelodici per Falcone e Borsellino”. Eppure le sue parole tradiscono ancora una certa nostalgia per “la mafia di una volta”.

Bene ha fatto Franco Maresco a mettere Letizia Battaglia al centro di questo suo percorso sull’assenza e/o la manipolazione (anche in buona fede da parte dei giovani che cantano e ballano) della memoria nei confronti di due difensori della legalità che hanno sacrificato le loro vite nel combattere la mafia su tutti i fronti (quello economico/finanziario e dei legami politici in primis).

Nell’anno in cui nelle sale è arrivato con successo il film di Bellocchio su Tommaso Buscetta e al Biografilm si è visto un interessante documentario sulla grande fotografa, Maresco presenta Letizia Battaglia con uno sguardo partecipe e critico (anche nei suoi confronti) di quanto sta avvenendo. La memoria dei due magistrati che lei ha conosciuto sta ormai in bilico tra la celebrazione rituale e l’oblio quando non è presente addirittura il disprezzo. Maresco sa come farcelo percepire con la consueta mancanza di filtri edulcoranti. 

Mira rischia però di attrarlo troppo nelle sue spire di serpente incantatore. La sua spudorata ignoranza, la sua reticenza calcolata, il suo saper sfruttare artisti di scarso talento per mettere in scena ‘eventi’ che di evento hanno ben poco lo attraggono al punto di concentrare la parte centrale del film sull’organizzazione e realizzazione del concerto per Falcone e Borsellino che diventa la sagra dello squallore. 

L’occhio scettico della telecamera sa cogliere e mettere in luce ogni dettaglio di questo ludibrio (parola di cui Mira equivocherebbe sicuramente il significato non comprendendola). Rischia però di farsi prendere la mano nel ritrarre il giovane cantante neomelodico divenuto disabile dopo un incidente che l’impresario sfrutta ma che Maresco non smette di andare a cercare anche quando un senso del pudore (inteso nel senso alto del termine) avrebbe suggerito di agire altrimenti. 

Per quanto riguarda poi il Presidente della Repubblica il sottolineare il mancato commento di Mattarella alla sentenza che ha sanzionato come realmente accaduta la trattativa stato-mafia suona un po’ come il classico tirare per la giacca la prima carica dello Stato che dovrebbe intervenire con proprie esternazioni su sentenze quando piace agli uni e tacere quando potrebbe piacere agli altri. I tempi di Cossiga sono definitivamente (si spera) archiviati e dovremmo gioirne. 

Per quanto poi attiene all’avventurosa narrazione della nascita e del consolidarsi del rapporto tra la famiglia Mira e quella Mattarella resta una considerazione: se il manager ci viene descritto per tutto il film come un uomo privo di attendibilità in quanto capace di mistificare tutto ciò che gli accade perché dovrebbe essere attendibile solo in questa occasione? Il quesito resta aperto in un film che vuole, come sempre accade con Maresco, far discutere. Questo resta un indubbio pregio.

Giancarlo Zappoli – mymovies.it